5. La particella pa nel ladino fassano
5.3. Innovazione sintattica delle domande wh
Come è segnalato in Chiocchetti (1992), in moenat questa innovazione non ha avuto luogo. Infatti le domande principali con la costruzione wh-che non si registrano in questo dialetto, nonostante la presenza delle domande secondarie introdotte dalla sequenza wh-che:
(25) no sé olache l va.
NEG so dove-che SCL va
“Non so dove vada.” (CLL: Tinoto Maza. L destin. 1980)
Se consideriamo che tale innovazione sia dovuta all’interferenza italiana, la mancata innovazione in moenat richiederebbe una spiegazione. Infatti, come fa notare Chiocchetti (1992: 15), la zona intorno a Moena è “notoriamente più esposta sia dal punto di vista geografico che sociologico al contatto linguistico”. A questo proposito, tuttavia, bisognerebbe tenere conto che l’uso della costruzione wh-che nelle domande principali è un fenomeno ampiamente registrato nell’area italiana settentrionale:
(26) a. Cossa che te fa? (Veneto di Portogruaro) Cosa che SCL fai
“Che cosa fai?”
b. Chi c a megn? (Romagnolo di Forlì) Chi che SCL mangia
“Chi mangia?”
c. Indo c a nemm? (Ticinese di Montagnola) Dove che SCL andiamo
“Dove andiamo?”
d. Chel c an fa adès? (Lombardo di Albosaggia) Quale che SCL fa adesso
“Cosa si fa adesso?” (Poletto & Vanelli 1997: 8)
Questo fenomeno, inoltre, si riscontra esclusivamente nelle varietà dove si trovano le domande secondarie introdotte dalla sequenza wh-che:
(27) a. Dime parché che te cori cussì. (Veneto di Portogruaro) Dimmi perché che SCL corri così
“Dimmi perché corri così.” (Poletto & Vanelli 1997: 6)
b. An so indù che li epa cumprà la mama. (Romagnolo di Forlì) NEG so dove che li abbia comprato la mamma
“Non so dove li abbia comprati la mamma.” (Poletto & Vanelli 1997: 3)
c. I m a domandat indova che SCL mi hanno domandato dove che
ra Maria la sia nada. (Ticinese di Montagnola) la Maria SCL sia andata
“Mi hanno domandato dove la Maria sia andata.”
(Poletto & Vanelli 1997: 4)
d. Al so ca chi ca laverà i piac. (Lombardo di Albosaggia) Io-lo so NEG chi che laverà i piatti
“Non so chi laverà i piatti.” (Poletto & Vanelli 1997: 3)
Non tutte le varietà con le domande secondarie introdotte da wh-che hanno la costruzione wh-che nelle domande principali.
Poletto & Vanelli (1997: 8), basandosi su queste osservazioni, affermano che questo fenomeno è “un caso di ‘copia’ della struttura delle subordinate”. Infatti, la costruzione wh-che nelle domande principali ha delle proprietà sintattiche simili alle domande secondarie, come la mancanza del movimento del verbo flesso e l’impossibilità dell’inserimento della particella pa.
Se dunque consideriamo che la costruzione wh-che nelle domande principali sia un fenomeno diffuso nell’Italia settentrionale causato dalla presenza della sequenza wh-che nelle domande secondarie, non è necessario pensare che la diffusione di tale struttura sia per l’influenza dell’italiano standard. La “copia” proposta da Poletto & Vanelli (1997) sembra invece un processo spontaneo regolato dal principio di economia/analogia. Se è un fenomeno spontaneo, non ci deve più sorprendere la mancata innovazione in moenat.
Nonostante il fenomeno sia una copia della struttura delle domande secondarie nelle domande principali, dal punto di vista sintattico la sequenza wh-che sembra occupare posizioni diverse nei due tipi di frase. Secondo Rizzi (2001), le domande principali non sono compatibili con il focus, mentre le domande secondarie lo sono, almeno con le frasi preposizionali focalizzate:
(28) (*A GIANNI) che cosa (*A GIANNI) hanno detto (non a Piero)?
(29) Mi domando (A GIANNI) che cosa (*?A GIANNI) abbiano detto (non a Piero).
L’esempio (29) mostra che nelle domande secondarie la concorrenza tra il pronome interrogativo e il focus non esiste. Il pronome interrogativo, quindi, nelle domande secondarie si situa in una posizione più bassa rispetto al focus. Questa osservazione pare valere anche per il fassano:
(30) (*A JAN) che (*A JAN) ge èi pa dit (no a Piere)?
A JAN che gli hanno-loro pa detto non a Piere
“A JAN che cosa hanno detto (non a Piere)?”
(31) Me domane (A JAN) che che (*A JAN) i ge à dit (no a Piere).24
“Mi domando A JAN che cosa abbiano detto (non a Piere).”
Il contrasto tra (28)-(29) e (30)-(31) suggerisce che in fassano la sequenza wh-che in una domanda secondaria non occupi la posizione di FocP, ma una posizione più bassa rispetto ad essa.
Invece, nelle domande principali la stessa sequenza wh-che sembra situarsi in FocP, ovvero la stessa posizione del pronome interrogativo nella costruzione wh-VS (cfr.
(16)). Nell’innovazione sintattica in questione, quindi, i parlanti non solo hanno copiato nelle domande principali la struttura usata per le domande secondarie, ma hanno anche rianalizzato la struttura copiata, inserendo la sequenza wh-che nella stessa posizione del pronome interrogativo nella costruzione wh-VS, cioè FocP. Allo stesso tempo, essendo copia della struttura delle domande secondarie, la costruzione wh-che nelle domande principali mostra le proprietà delle domande secondarie.
24 In fassano, nelle domande secondarie la forma congiuntiva non viene impiegata:
(i) *Me domane che che i ge abie dit.
Mi domando che che loro gli abbiano detto
“Mi domando che cosa gli abbiano detto.”
Il congiuntivo, invece, è usato nelle frasi secondarie introdotta dai verbi come creer “credere”:
(ii) Creiste che ge mete n pez a jir te coprativa a proveder?
Credi-tu che gli metto un pezzo a andare in cooperativa a provvedere
“Credi che io ci metta tanto per andare a fare spese in cooprativa?” (Chiocchetti 2001: 83) Questo potrebbe essere analizzato come una proprietà del doppio interrogativo; tuttavia, nell’Italia settentrionale si trovano varietà in cui le domande secondarie con doppio introduttore richiedono il congiuntivo (cfr. (27)c).
Dal punto di vista diacronico, i dati sembrano confermare l’osservazione di Chiocchetti (1992), visto che sia in brach che in cazet la costruzione wh-che si registra dagli anni Ottanta in poi, mentre in moenat non è possibile trovarne attestazioni. La prima attestazione è nel 1984 in cazet e nel 1983 in brach:
(32) Olache siede?
Dove-che siete
“Dove siete?” (CLL: Simon de Giulio, Tòne Tomèra e la sosìes, 1984)
(33) Ma olà che la sarà?
Ma dove che SCL sarà
“Ma dove sarà?”
(CLL: Ritå del Bailå, El Nabuco e la leinga de so femena, 1983)
Sulla base dei dati diacronici non è chiaro se questa costruzione si sia diffusa rapidamente, sostituendo la costruzione VS. In entrambi i dialetti la costruzione wh-che non è frequente, mentre wh-VS è attestata regolarmente nei testi recenti.
Inoltre, i dati diacronici sembrano suggerire un’ulteriore differenza tra i dialetti. In brach, si possono trovare domande wh con la costruzione scissa25, dove il pronome interrogativo è seguito dal verbo copulativo esser “essere” e dal pronome clitico, che reggono una frase secondaria introdotta dal subordinatore che come in (34):
(34) Chi él pa che vegn a sonar?
Chi è-SCL pa che viene a suonare
“Chi è che viene a suonare?”
(CLL: Bernard, Janantone, Na cambra sbaliada, 1906)
La costruzione si registra già nell’Ottocento (prima attestazione in 1883), quindi è un fenomeno precedente all’innovazione strutturale riportata in Chiocchetti (1992). Come si vede in (34), essendosi spostato il verbo finito, la particella pa può apparire. La costruzione scissa, tuttavia, non si registra più dal 1983 in poi26. Queste osservazioni,
25 Di seguito, seguendo Poletto & Vanelli (1997), chiamo questa costruzione con il verbo copulativo “costruzione scissa” per distinguerla dalla costruzione wh-che, anche se per definizione la costruzione wh-che sarebbe una sorta di costruzione scissa.
26 Vi è un’eccezione nel 1983:
inoltre, suggeriscono che a partire dall’innovazione sintattica in cui la costruzione wh-che è penetrata ed è diventata la costruzione dominante, la costruzione scissa è esclusa.
In moenat, dove la costruzione wh-che non è possible, si trovano attestazioni della struttura scissa:
(35) Ei, ma chi élo po che à rejon?
Sì ma chi è-SCL po che ha ragione
“Sì, ma chi ha ragione?”
(CLL: Marcelin del Cenchen, Te stua. Miserie da zacan e dal dì dʼ ancö, 1987)
A differenza del brach, in moenat questa costruzione si registra solo dal 1987 in poi.
In cazet, le domande con questo tipo di struttura non sono attestate.
La costruzione scissa, come la costruzione wh-che, è ampiamente diffusa nell’Italia settentrionale e nell’italiano standard parlato27. In alcuni dialetti, è l’unica opzione per formulare una domanda:
(36) Andu èl ch’ andem? (Lombardo di Bagnolo S. Vito) Dove è-SCL che andiamo
“Dov’è che andiamo?” (Poletto & Vanelli 1997: 11)
In molte varietà con la costruzione scissa nelle domande principali, inoltre, è possibile trovare la stessa struttura nelle domande secondarie:
(i) Co éla po che la é ruada chigiò sta ciamija?
Come è-SCL po che SCL è arrivata qui questa camicia
“Perché è arrivata qui questa camicia?”
(CLL: Ritå del Bailå, La contìa de la stela da mont, 1983) L’espressione co éla po che con il significato di perchè, tuttavia, sembra avere uno status speciale: esiste un’espressione simile in gardenese e badiotto (v. nota 7).
27 In italiano l’uso della costruzione scissa di solito è limitato ai contesti in cui esiste già una presupposizione relativa alla domanda, mentre in alcuni dialetti settentrionali questa restrizione non esiste (cfr. Poletto & Vanelli 1997: 11). La situazione non è chiara in fassano, ma essendo che nelle inchieste nessun parlante ha formulato la costruzione scissa pare che almeno nel fassano moderno la costruzione scissa sia un fenomeno marginale.
(37) Al so ca chi c al è NEG so qua chi che SCL è
c al è ruat. (Lombardo di Albosaggia28) che SCL è arrivato
“Non so chi sia arrivato.” (Poletto & Vanelli 1997: 11)
In fassano, la costruzione scissa nelle domande secondarie è impossibile. In confronto ai dialetti dove essa è frequente, quindi, i dialetti fassani sono come l’italiano standard:
questa costruzione è una strategia secondaria nelle domande principali, e non si riscontra nelle domande secondarie.