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6. OOKAMI KODOMO NO AME TO YUKI

6.3 La semplicità del racconto

Quello in cui riesce AmeKo, è il saper raccontare la vita in quasi tutte le sue fasi. Pur comprendendo un arco temporale di soli tredici anni, quello a cui assistiamo sono tutti i vari passaggi di crescita di un essere umano, con un focus particolare sull'adolescenza.

Vediamo Hana iniziare la propria storia all'università, innamorarsi, fare dei figli e crescerli; a questo si collega la storia di Ame e Yuki, dalla loro nascita fino all'indipendenza dai genitori.

Hosoda racconta il passaggio del bambino all'età adulta, le difficoltà, i primi amori, i primi contrasti, le scelte, saltando però un periodo temporale molto caro all'animazione giapponese moderna, ovvero quello della scuola media e superiore. Quegli anni non vengono narrati, dato che la storia di Hana inizia già dal periodo universitario, e quella dei bambini si conclude con il passaggio alla scuola media. Non è chiaro del perché di questa

scelta, ma è possibile che il regista voglia evitare di parlare di un argomento già ampiamente trattato da moltissime altre produzioni, focalizzandosi su qualcosa di nuovo, su di un territorio ancora inesplorato, spiazzando lo spettatore.

Parte della forza di AmeKo risiede nella semplicità della sua storia, nel suo svolgimento lineare. La maggior parte delle grandi produzioni occidentali, esclusi i film d'autore e di nicchia, si basano molto sulla forza della trama, su quella breve descrizione che deve subito catturare lo spettatore per invogliarlo ad andare al cinema, in poche righe si deve riassumere il più possibile. È questo quello in cui riesce anche AmeKo, riassumere in pochissime parole tutto ciò che sarà nel film, dei bambini-lupi e la storia della loro madre che dovrà crescerli. La prima parte del film è dedicata ad Hana e ai suoi sforzi per crescere i bambini, mentre nella seconda metà vediamo più da vicino la vita di Yuki e Ame, alle prese con le loro scelte di vita, e il loro processo di separazione dalla madre.

La semplicità della storia è un punto a favore di questo film, che dà allo spettatore la possibilità di apprezzarlo di più e ne favorisce la diffusione, andando a coinvolgere un pubblico più ampio.

Semplicità però non significa banalità, una storia dalla trama semplice può avere una sua profondità e una varietà di temi, creando un connubio perfetto, che spaziano dal trattare del rapporto con la natura, alla vita degli esseri umani, passando per i bambini, la loro crescita, o il confronto tra il nostro mondo e quello di esseri diversi da noi. Il tema della metamorfosi, il cambiamento verso qualcosa di diverso, è anche la trasformazione dell'animazione, del prodotto animato, che produce qualcosa di nuovo, inatteso, non convenzionale.

AmeKo riassume un lasso temporale tredici anni in soli 120 minuti, con lo spettatore che non sente il bisogno che gli eventi si svolgano più lentamente, ma tutto sembra al suo posto. L'abilità sta nella precisione dello schema narrativo, riassumibile in quattro parti:

 la scena iniziale, l'incontro all'università, la nascita dei bambini e la morte del padre, le difficoltà del crescere i bambini in città e il trasloco in campagna;

 l'inizio della vita rurale, la ristrutturazione della casa, la conoscenza con gli altri abitanti e la caduta di Ame nel fiume ghiacciato;

 la terza parte coincide con l'inizio della materna per Yuki, l'incontro di Ame con il

maestro-volpe e il progressivo abbandono della scuola dalla parte del ragazzo, fino alla violenta lite tra i due fratelli;

 la parte conclusiva riguarda la tempesta, la rivelazione di Yuki al suo amico e le scelte finali.

I tempi di narrazione non devono stupire, in quanto è prerogativa del medium cinematografico raccontare in pochi minuti lunghi lassi temporali. Allo stesso tempo, anche per quanto riguarda fumetti o libri, il tempo della narrazione è molto personale, variando con la velocità di lettura di ognuno di noi. In AmeKo soltanto la prima parte può apparire troppo densa di eventi, quando tutta la relazione tra Hana e l'uomo-lupo, dall'incontro fino alla sua morte, viene risolta forse troppo velocemente.

La rapidità della prima fase del film fa sorgere nello spettatore molti dubbi, ad esempio sulla profondità del loro rapporto (non si capisce quanto tempo passi dal loro incontro fino al concepimento), del perché abbia deciso di tenere subito i bambini o del perché non abbiano usato degli anticoncezionali.

Alcuni dettagli però vengono in aiuto per colmare questi apparenti vuoti narrativi.

Ad esempio, in una scena intorno al minuto 17:00 possiamo notare Hana con il pancione, e sullo sfondo due foto sfocate, di cui una di lei con un signore più adulto, molto probabilmente il padre. Questa semplice scena, unita al comportamento di Hana avuto finora, ci fa ipotizzare che non abbia più entrambi i genitori, e che fosse molto legata al padre. Infatti non ha mai contatti con i genitori, non racconta loro la sua situazione e non cerca il loro aiuto, facendo supporre che sia orfana. A questo proposito, quando Hana racconta all'uomo-lupo da dove venga il suo nome, racconta che è stato il padre a sceglierlo, proprio perché nonostante le difficoltà, riuscisse sempre a essere forte, ad andare avanti, a sorridere, come un fiore ( Hana, in giapponese 花, lett. “fiore”).

Infatti è ciò che farà da quel momento in poi, andrà avanti, crescerà i propri figli da sola, mostrerà di essere una donna che affronta la vita a testa alta, sempre sorridente, anche nel momento più doloroso possibile, durante la separazione finale da Ame, non si abbatte.

Il simbolismo di Hosoda si racconta in poche immagini, dove sono sufficienti pochi dettagli e inquadrature per dare un background al personaggio di Hana, senza la necessità di un racconto verbale.

Anche il padre dei bambini, di cui non viene mai esplicitato il nome, vive una crescita complicata, racconta di esser stato allontanato dalla famiglia, e ciò che lo lega molto a Hana è la volontà di avere una famiglia, qualcuno che lo aspetti a casa, una persona con cui condividere gli aspetti più semplici della vita.

La narrazione di Hosoda propone come sempre dei modelli positivi che ispirino lo spettatore, quella voglia di far credere che c'è ancora qualcosa di buono nel mondo, che spinga anche a migliorare se stessi.

La storia di Hana può essere vista anche come una fiaba, un racconto con elementi fantastici che cerca di trasmettere e insegnare qualcosa, che non sia una narrazione fine a se stessa.