Capitolo II Discriminazione, nazionalismi e odio in Giappone
2.3 Nazionalismi nel Giappone imperiale
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L’identità giapponese nello Stato moderno si venne, quindi, a formare in una dialettica di contrasto con l’Altro – l’Occidente e il resto d’Asia. A confermare il ruolo storico attivo del Giappone nella creazione e promulgazione del razzismo, gli studi di eugenetica offrono un esempio tramite i quali diversi studiosi giapponesi svilupparono una versione del razzismo basata sui concetti di jinshu e minzoku che permisero lo sviluppo di un nuovo ordine razziale che permettesse il “riscatto” dei giapponese dal ruolo di “razza inferiore”
cui erano rilegati nell’ordine razziale globale dominato dai “bianchi” occidentali.
Riprendendo la definizione del modello comunicativo rituale di Carey enunciato nel primo capitolo, la comunicazione è “un processo simbolico secondo cui la realtà viene creata, mantenuta, riparata e trasformata”. Ciò significa che, tramite la creazione di due parole che esprimono due realtà differenti – jinshu, una realtà nella quale i giapponesi sono al pari del resto dei popoli asiatici, e minzoku, una realtà per cui, al contrario, i giapponesi sono separati dal resto dei popoli asiatici secondo il loro ordine razziale – si sia potuto venire a creare una dicotomia ambigua riguardo l’identità del popolo giapponese. Per parlare di incitamento all’odio, dobbiamo partire da questa dialettica che influenzò la formazione dei nazionalismi nel Giappone prebellico che, come vedremo in seguito, lasciarono in eredità il pensiero dell’unicità del popolo giapponese nel contesto asiatico.
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comune a tutti i popoli, dall’altro suggerivano una sorta di inadeguatezza delle società asiatiche riguardo il sistema economico capitalista moderno perché di fondo non erano culturalmente occidentali. Pertanto, molti studiosi giapponesi contemporanei temevano che il Giappone, nel suo processo di modernizzazione, stesse perdendo la sua identità culturale senza però riuscire ad ottenere una modernità completa e funzionale, creando così una sorta di ibrido deformato che avrebbe impedito uno sviluppo economico
“normale”, ovvero occidentale. Queste paure furono alimentate anche dalla politica internazionale. Infatti, nonostante i giapponesi dimostrarono il loro potere militare in svariate occasioni, vincendo anche una guerra con l’Impero Russo, e nonostante il fatto che nel 1918 avessero già sviluppato un sistema industriale moderno, le potenze occidentali non riconobbero i giapponesi come loro eguali. L’esclusione su base razziale del Giappone e l’esperienza vittoriosa militare furono, quindi, due elementi alla base delle ansie riguardo l’identità dei giapponesi nel periodo intermezzo alle due guerre mondiali.
Un altro fattore è il dibattito riguardo il capitalismo. Molti studiosi del tempo credevano che il capitalismo non fosse affatto adeguato alla società giapponese e celebravano le relazioni sociali tipiche del Giappone rurale come delle usanze tradizionali e autentiche minacciate dall’avvento del capitalismo e dell’individualismo. Altri economisti del periodo bellico, invece, cercarono di costruire uno Stato basato su idee utopiche e tecnocratiche fasciste in modo da creare una modernità distintamente giapponese, ovvero un tipo di modernità che supportava uno Stato imperiale autoritario e che fosse basato su un’economia moderna, razionale e centralizzata. Anche i marxisti si unirono al dibattito riguardo la natura del capitalismo giapponese tra gli anni Venti e Trenta del Novecento, introducendo l’idea di una deformità del sistema capitalistico giapponese. Due scuole di pensiero si “scontrarono” in un dibattito circa i motivi per i quali il Giappone non fosse tanto moderno e razionale quanto lo era l’Europa contemporanea. Da una parte vi era il gruppo detto Kōza, dall’altro il gruppo Rōnō. Secondo il gruppo Kōza, l’Europa costituiva la normalità, mentre il capitalismo giapponese rappresentava una deformazione di tale normalità. La causa di questa deformazione, credevano, era da ritrovarsi nel fatto che il Giappone non avesse mai completamente abbandonato il feudalesimo. Come i conservatori di quel periodo, anche i marxisti Kōza ponevano l’accento sulle relazioni sociali tipiche del Giappone rurale, ma non le esaltavano. Al contrario, queste rappresentavano il motivo della deformità del capitalismo giapponese. Inoltre, nonostante fossero marxisti, gli economisti di questo gruppo non diedero molta importanza al ruolo imperialista del Giappone e la loro visione di una società giapponese moderna rivolta
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verso l’interno prese piede nell’opinione pubblica e ancora oggi possiamo vederne i frutti.
Gli economisti del gruppo Rōnō, invece, credevano che i problemi del Giappone nascessero dal capitalismo di monopolio distorto che caratterizzava l’economia Giapponese del tempo, e non in elementi feudali sopravvissuti nel Giappone contemporaneo. Contrariamente agli economisti Kōza, infatti, gli economisti della scuola Rōno consideravano il Giappone un paese altrettanto moderno come l’Europa. Anche loro criticavano il capitalismo, ma per l’ingiustizia intrinseca in esso, non per il suo elemento di modernità. Secondo i Rōnō, sebbene lo sviluppo capitalista acquisì elementi distintivi in luoghi diversi, questi costituivano semplicemente delle varianti dello stesso schema fallace che era il capitalismo. Le relazioni sociali del Giappone rurale erano considerate negativamente, ma secondo i Rōnō stavano già andando a scomparire. Dunque il Giappone era da considerare un Paese capitalista e moderno. Lo sviluppo economico basato sulla centralità dello Stato non rappresentava un’eccezione, bensì un elemento in comune con tutti gli altri Paesi che hanno iniziato lo sviluppo economico in ritardo.
Soprattutto, i Rōnō riconoscevano il Giappone come una potenza Imperiale al pari di quelle Europee. Abbracciarono la teoria di Lenin secondo cui il capitalismo del monopolio fosse intrinsecamente espansivo e che avrebbe portato ad una guerra globale tra le potenze capitaliste e consideravano il Giappone degli anni ’30 simile in molti aspetti alla Germania di quegli anni: due società in via di modernizzazione che divennero fasciste per via di una crisi del capitalismo internazionale e, quindi, non solo una devianza del Giappone.
I marxisti del gruppo Kōza sono considerati i vincitori di tale dibattito e la loro visione di un Giappone diverso e unico, naturalmente, fu gradita dall’opinione pubblica del tempo.
Tuttavia, le critiche a tale approccio rivalutarono in positivo lo “spirito Giapponese” delle gerarchie rurali e lo celebrarono come un elemento distintivo della società moderna giapponese.
Come spesso accade nel caso del Giappone, anche il nazionalismo nel Giappone prebellico si è venuto a formare in relazione con l’Occidente. La modernizzazione di stampo occidentale facilitò la nascita di ansie e di una paura riguardo la natura dell’identità giapponese “tradizionale” e la sua difesa, oltre che circa l’adeguatezza della cultura nipponica rispetto al sistema capitalista. Come vedremo in seguito, con la sconfitta nella Seconda guerra mondiale, il dibattito sulla natura della modernità giapponese e dell’identità dei giapponesi si riaprì, dissotterrando le ansie riguardo la sua
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l’inadeguatezza. Nel prossimo paragrafo analizzeremo il sistema koseki e quello della cittadinanza all’interno del Giappone imperiale come esempi di discriminazione su base etnica nel periodo prebellico.