• 検索結果がありません。

Capitolo II Discriminazione, nazionalismi e odio in Giappone

2.1 Genesi del razzismo in Giappone

Il Giappone è un paese che negli ultimi due secoli ha vissuto enormi choc e cambiamenti.

Dalla chiusura quasi totale dal resto del mondo protratta sino al 1853 per timore delle potenze coloniali di Spagna e Portogallo, alla sua apertura forzata per mano del commodoro statunitense Matthew Perry, sancita con i cosiddetti “trattati ineguali” con le maggiori potenze europee. Ciò comportò un repentino sviluppo della società giapponese, da una società feudale a una industriale e moderna. La preoccupazione principale, a quel punto, fu quella di garantire al Giappone un potere tale da riuscire ad affrontare le potenze Occidentali, anche tramite “l’imitazione” e l’espansione nel continente asiatico. 45

È in questo contesto storico che in Giappone si venne a formare il razzismo e la xenofobia.

Per anni i giapponesi evitarono il contatto con gli stranieri per poi ritrovarsi “catapultati”

in un Impero multirazziale. Con la modernizzazione del Paese, lo slogan che più si avvicinava alla linea politica del Giappone moderno era wakon-yōsai (和魂洋才) ovvero

“spirito giapponese, tecnologia occidentale”. È uno slogan che sottolinea l’innegabile impatto della conoscenza Occidentale sui paesi non-Occidentali come il Giappone. Tra le tante discipline che i giapponesi cominciarono a introdurre e studiare figurano anche le teorie pseudoscientifiche razziste, come il Darwinismo sociale, che in quel periodo erano fiorenti in Europa. Fin dall’epoca delle prime esplorazioni e delle prime colonizzazioni,

45 Per una descrizione più dettagliata del suddetto periodo storico: Rosa CAROLI, Francesco GATTI, Storia del Giappone, Edizioni Laterza, 2004, Capitolo sesto.

38

in Europa il colonialismo si sarebbe affermato tramite una teoria razziale atta alla razionalizzazione e giustificazione delle conquiste, andando così a creare un “ordine razziale”, con a capo “l’uomo bianco.” 46

La xenofobia e il razzismo in Giappone si sono affermati diversamente. Infatti, la formazione dello Stato moderno in Giappone ha seguito un corso opposto a quello verificatosi in Occidente. Attraverso il trapianto e l’internalizzazione di elementi delle civiltà Occidentali e la creazione di un sentimento di unità nazionale, il Giappone ha cominciò a definire i lineamenti dello Stato e dei suoi cittadini riuniti attorno alla figura imperiale tramite il sistema ikkun banmin (一君万民): la nazione è vista come una “casa”

o una famiglia, al cui comando vi è l’Imperatore/Padre ed il sistema familiare venutosi a creare dal modello delle leggi civili del periodo Meiji in cui la famiglia diventa l’unità di base dello Stato (famiglia solida equivale ad uno Stato forte). In seguito, si svilupparono le differenze razziali come differenze sociali andando a comporre delle nuove differenze sociali interne a cui è seguito un sistema governativo che ha gradualmente concesso i diritti civili (alle classi corrispondenti).47 La costruzione dell’Altro è iniziata in seguito.48 In un’analisi comparata tra l’Italia fascista e il Giappone ultra-nazionalista, Ken Ishida individua nelle politiche estere la presenza e l’estensione del razzismo.49 Ishida evidenzia tre funzioni del razzismo in base a tre diverse dimensioni: il razzismo come la logica interna dello Stato-Nazione; il razzismo come giustificazione per l’espansionismo militare e il razzismo come propulsore di crudeltà in guerra.

La prima funzione concepisce il razzismo come strumento di integrazione nazionale attraverso la discriminazione di minoranze interne allo Stato-Nazione. Il caso più famoso

46 Lee Hyoduk analizza più nel dettaglio la differenza tra la formazione delle teorie razziste in Europa e in Giappone, sottolineando come il razzismo in Europa si sia venuto a formare in un processo storico che prima vedeva i popoli non europei come inferiori, per poi rovesciarsi in una visione che vedeva la

“razza bianca” superiore alle restanti “razze”. Lee HYODUK, Jinshushugi wo Nihon ni oite saikō suru to – sai, tashasei, haijo no genzai – (Riconsiderando il razzismo in Giappone: Differenze, alterità ed esclusione nel presente), Tokyo University of Foreign Studies, Institute for Global Area Studies, Quadrante, No.20, 2018

47 Ibidem

48 Un esempio è un libro scolastico di geografia e storia del 1869, il Sekai Kuni Zukushi (Il mondo secondo i Paesi), la geografia non era spiegata solo in base alle diverse civiltà, ma anche in base alle categorie razziali al tempo stabilite dai paesi Occidentali. Ciò rese visibile il “grado” di civiltà del Giappone nel mondo e può essere considerato come un preparativo alla individualizzazione delle minoranze etniche all’interno del Giappone stesso e alla loro analisi su base razziale, come accade nella rivista del 1886 Jinruigaku zasshi (Rivista di antropologia).

49 Ken ISHIDA, Racisms compared: Fascist Italy and ultra-nationalist Japan, Journal of Modern Italian Studies, 7:3, 380-391, 2002.

39

è certamente quello dell’antisemitismo di matrice nazista in Germania che prese di mira gli ebrei definendoli “nemici interni”. In questo caso, la discriminazione degli ebrei diede modo al risentimento popolare del popolo tedesco di sfogarsi contro gli ebrei, permettendo lo stabilimento di un sistema oppressivo dittatoriale. Per quanto riguarda il Giappone, le minoranze etniche erano considerate da alcuni studiosi come non appartenenti allo “standard nazionale” in termini culturali e linguistici. Per questo motivo, in Giappone si è passati ad una politica di assimilazione forzata delle minoranze, soprattutto in Hokkaidō dove il vasto territorio fu sfruttato come una colonia interna. Un approccio simile fu utilizzato anche nelle colonie che il Giappone creò in Corea e Taiwan.

È in questo contesto che lo slogan wakon-yōsai si è rivelato per il Giappone conveniente per giustificare l’annessione dei suoi vicini “inferiori”. La seconda funzione del razzismo è quella di fungere come giustificazione per politiche estere aggressive ed espansioni imperialistiche. In Italia, l’espansione imperiale ai danni dell’Etiopia nel 1935-6 fu giustificata come una “missione civilizzatrice”, con la funzione di portare la

“civilizzazione” in un Paese considerato inferiore, stabilendo poi delle vere e proprie leggi razziali sul suolo etiope. In Giappone invece il processo fu diverso, in quanto nazione asiatica. I giapponesi, infatti, utilizzarono la nozione dei “colorati” contro i bianchi per giustificare le loro espansioni in Asia: mentre da una parte giustificavano le loro espansioni come un’azione di “liberazione” dei Paesi asiatici dal giogo dei bianchi, dall’altra cercavano di fatto di negoziare con questi ultimi durante le prime espansioni in Cina. Lo slogan da “Asia agli asiatici” passò a “Est-asiatico unito sotto la leadership giapponese” e nel progetto di creazione di una Sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale. La terza dimensione del razzismo è connessa alle brutalità commesse in guerra.

I soldati vengono convinti di stare combattendo contro esseri inferiori. Durante l’invasione della Cina, i soldati giapponesi non furono neanche sufficientemente riforniti e equipaggiati. Il razzismo in Giappone ebbe quindi due elementi caratterizzanti: da una parte la liberazione dei popoli asiatici dal controllo dei bianchi, dall’altra il controllo giapponese proprio su questi popoli. Le vittorie in Cina non fecero altro che confermare la teoria della superiorità dei giapponesi rispetto ai cinesi, mentre il senso di inferiorità che il Giappone (così come anche l’Italia fascista) provava nei confronti degli imperi europei e delle altre potenze occidentali, lo spinsero ad avventurarsi in altre conquiste militari con lo scopo di ottenere un ruolo dominante nella gerarchia razziale globale.

40

Nel Giappone odierno, sono molte le persone che sostengono che il razzismo non sia presente nella società giapponese. Il razzismo, invece, non solo è presente oggigiorno in Giappone ma, come abbiamo visto, ha un’eredità storica che identifica delle vittime precise. Il Giappone imperiale, nel suo percorso di modernizzazione e occidentalizzazione, introdusse le teorie razziste occidentali, adattandole al contesto nipponico, in un periodo di formazione dello Stato moderno e dell’identità nazionale. Nel prossimo paragrafo analizzeremo più nel dettaglio il linguaggio usato dagli studiosi del tempo per identificare razze ed etnie e come ciò abbia influenzato il discorso circa l’identità del popolo giapponese e gli Altri.